Alberto Popolla

Visioni Attraverso
Roma

Poesia, ricordi e visioni poetiche durante i lockdown del 2020

 

PASSEGGIANDO

 

Te ne scendi giù passando sotto quel fumoso e assordante tunnel che separa la storia dalla memoria. A destra, nascosta, sormontata dal progresso, sonnecchia la piccola Santa Bibiana, serena e fumosa.

Dall’altra parte arranca su nel cielo il tempio decagono della Minerva, colmo di cupolare fascino, crepuscolare, quasi a rasserenare il vecchio trenino che lo costeggia, che lo accarezza. È un giusto e degno inizio per un viale dal nome evocativo, un padre della patria e un promesso sposo delle retoriche nazionali.

Ma poco dopo la modernità ti assale, ti mostra incessante la nascita dell’era del progresso, dell’automobile che ancor padroneggia, tra viali e stradine, seppur non così arrembante come un tempo. La Fiat razionalista che in piena guerra e disfatta poneva e riponeva le basi per il suo incessante ruolo condizionatore, ora sembra quasi di lato, pur allungandosi con il suo corpo, fino alla porta Maggiore, che vedi in lontananza.

Ma è solo un suo piccolo inserto che, sul viale alberato, fronteggia quel moderno edificio, scuro e inquieto, che è il provveditorato. È luogo di burocrazia più che di sapienza, ma anticipa e premette scuole e istituti di ampia grandezza, sui due lati.

Continui la lenta discesa e, passato l’incrocio, a sinistra si apre la sinistra via, la memoria di un passato che ancora offusca il presente, che non è un’opinione ma un becero reato. Via Tasso continua a ricordarci ciò che non può essere dimenticato. Il fascismo e il peccato.

E tra ricchi collegi in ampi spazi clericali, di rigide formazioni e di abili aperture al moderno, mentre di fronte a loro si palesa uno dei tanti gangli comunali, oggetto di scontri ed incontri, arrivi a sostare sul quel brutto pasticciaccio. La soave Merulana ti attraversa con tutta la sua imponenza, arteria collegante, tra basiliche e storiche attività, ne percepisci la magniloquenza, la beltà.

Ma tu prosegui, la via Labicana non si interrompe per un fruscìo di storia, avendone lei senz’altro molta di più. E a questo punto ciò che hai di lato è ininfluente perché lo senti, lo percepisci. Ne immagini la grandezza, la maestosità, lo desideri arrivare. Non può farti nulla un ultimo colle di ricca ed elegante posa, dal suono intimidatorio per anni di orride frequentazioni ma ricco di un fascino antico.

Non può dissolverti dalla pre potenza del Colosso, da quel suo apparire improvviso e inaspettato, inatteso, incompreso. È grande più del tuo pensiero più grande, troneggia circolare da secoli e per secoli rimarrà lì, sorvegliante. Quanta storia, quanti drammi, il sangue e le fatiche dei vinti per la gloria di tanti, pochi rispetto alle morti.

Ma lui ora è lì quasi assente, dimentico di un passato sofferto ed ebbro di sguardi ammirati. Gigante forato, sguardo bramoso di gloria, circoli concentrici animati da fiere, troppa storia per il nostro tempo. Non ce n’è, di tempo, né di profondità. Si osserva solo il profilo d’eroe d’altri mondi, senza osservarne l’intima realtà.

LA CITTÀ

 

La città delle città. Le zone che assumono contorni precisi, e precisi confini che assumono identità, lingue e atteggiamenti diversi.

Mille realtà mutate in altrettante città, ognuna con un suo posto e un suo volto. L’accento difforme, ma anche il diverso vestire, e la camminata e la risata che modificano le persone. Riesci a distinguere le zone di prossimità, le linee di demarcazione, il centro e la periferia che si scambiano incessantemente ruoli e passioni.

Borgate non più esangui, agglomerati quasi borghesi nel loro moto ondulante e variegato. Centri cupi, soli e disperati, fuori tempo massimo. Aree intermedie ormai lucenti di moda e virtù, pronte a trasformarsi nel loro opposto.

Ma tutto è riconoscibile, tutto è marcato, tutto è visibile e consolidato. Almeno per un po’. Fino a che quelle ombre invisibili di povertà e miseria riemergono dal loro silenzio e confondono i confini, deformano le identità, oscurano le lingue. È tutta, la città.

NUOVE APERTURE

 

È curioso questo susseguirsi di maree commerciali, di forme omogenee che segnano le nostre strade, gli anfratti e le sconnesse discese.

Una volta c’erano i fornai, gli alimentari, ma anche dischi, libri, e poi qualche trattoria, i bar e le fermate degli autobus. Mercerie, sali e tabacchi, calzolai e rosticcerie, il grande magazzino e postal market, la bisca e le cartolerie.

Poi tutto si è trasformato in banca, agenzie dai nomi improbabili, casse di risparmio di luoghi esotici e lunari, crediti, monti, istituti e filiali. Ma non c’è stata sosta, a quel punto nulla si poteva più fermare, interrompere, o ancorare al passato. È stata la volta dei supermercati, degli ipermercati, dei colossi di cibo e dei mastodontici centri con sconti irreali.

Poi sono arrivati i ludici azzardi che catturavano vuote sale cinematografiche e le trasformavano in musei della fortuna, tra anzianità ed ansietà. Ma non c’era tempo per fermarsi, non era il caso di riposare, di interrogarsi, di pianificare. Meglio liberalizzare.

E allora pizzerie con il taglio improbabile e pinserie dagli obliqui pensieri. Ristoranti, bistrot, taverne e osterie, tra tempi perduti e ignoti futuri, chef con la penna in bocca e soldati a cavallo.

Contemporaneamente le banche si ritiravano, insieme ai templi del giuoco, e di nuovo iper discount con aggiunte di triscount, tutto il dì a comprare per mangiare e poi a mangiare per comprare. Di dischi e libri sempre meno, sempre soli giù nell’emisfero australe, con goffi tentativi culinari o ansie culturali.

I tecnocrati delle tecno case hanno continuato la loro dolce e quasi silenziosa ascesa, traditi tuttavia dall’irrompere sulla scena del piccolo market, del mini immigrato, che, pur sfruttato ed emarginato, soddisfa la nostra compulsa voglia d’acquisto d’emergenza.

Ma tutto questo ha un senso, una sua logica nell’iper sfera del capitale, che tutto trasforma alla luce del profitto, umani come merce e merce come umana certezza di vita.

Vorrei però sapere cos’è questo vorticoso moto che affianca e sopravanza quei mitici luoghi con i caschi e le riviste per donna, permanenti, tinti e immutabili nel tempo. Cos’è questa irresistibile ascesa del barbiere e delle barberìe, dei barber shop e dei barba e capelli, del taglia, arrangia, acconcia per uomo e profuma la faccia. Vorrei conoscere il motivo di tanta offerta, questo irrompere con violenza nel tessuto della città sostituendo il vecchio con i lustrini del nuovo, il confidente con l’Oriente e l’antiquato con l’hipster. Avremo forse un futuro fatto solo di forbici, rasoi e grand gourmet? O forse, semplicemente, di tagli è fatta la nostra esistenza e in qualche modo dobbiamo pur acconciarci. Ne va del nostro volto. E dei nostri acciacchi.

BLUTOPIA

 

Non pensi alle note ma agli odori, agli sguardi, ai sorrisi a mezza bocca, ai colori.

Ti avvii caracollando giù dalle dimore di un tempo e sai già di trovare il sogno di un suono, il segno dei tempi, il furore di un treno.

Scartabelli dischi come un archeologo, ne osservi le fattezze come uno scultore, ne assapori il gusto, l’olfatto ti commuove.

Sei come a casa, e non lo sei. Sei fuori dal tempo, ma ci sei. E insieme a te c’è una piccola tribù, di quelle non scardinate dagli eventi, ancora resistenti. Dimessi.

Ma è tutto un susseguirsi di bicchieri, di birre o di amari, in attesa del suono che rischiari le vite, di musiche stellari.

Stretti tra oscuri divanetti, sedie nere e posti in piedi, gli stessi occhi di sempre, tecnologie immutate per passioni infinite, senza tempo. Appunto.

Il cappello è un tamburello e tu lo senti battere di monete e banconote, sostegno prezioso per il costruttore d’arte.

Quanta musica è passata tra quei muri, quanti sogni hanno frugato tra i cellophane di cd e vinile, e quanti libri hanno affollato la mente, e creato labirinti tra spazi contriti.

Anche le foto appese sui muri sembrano mutarsi di volta in volta, così come muta la tua voglia di rumore, di suoni spezzati e di stralunate melodie.

È un’utopia resistente, rimasta piccola ma di grande immaginazione, quasi un vascello che sovrasta le onde immiserite della società del reale. Un’astronave a carbone, un vecchio trenino, la gazzosa e un loop di voci suonate, tanti rumori, tanti suoni, tante pagine e persino dei rubacuori.

Ma che ci fai lì infossato, come in fondo al mare, seminascosto e acutamente illuminato. Cosa combini, rifugio di anime irrequiete, sempre in attesa di un tempo a venire, sempre in fermento e sempre in un frammento. Quando giungerà il sol dell’avvenire, la luna di giugno, la vita su Marte, la nostalgia di Times Square e i fiori di Bach, i vecchi Maigret appesi al suono di una rivoluzione che non sarà mai televisiva, o non sarà. Ma questo posto è uno spicchio di cuore, un angolo segreto di sorrisi, anche amari, uno scrigno di foglie e di sorsate. È il colore della vita e il sapore di un bacio. L’utopia del sentimento. L’utopia del blu.

VIE

 

A volte le immagino vuote di palazzi, spoglie di merci, ricche di cuori, verdi e rosse, arancioni.

A volte penso al loro sottosuolo, alle radici d’asfalto che, fredde, conformano la sfera vivente. E la rendono impaziente. Sola.

A volte credo non sia possibile resistere al concentrato di oggetti, soggetti e profitti, allo schizzare di acquisti.

A volte penso siano esperimenti globali, di capitale realtà, di prezioso letame.

A volte mi manca il respiro, e anche la vista è malmessa, come inscatolata, asfissiata e senza più verde.

A volte sogno di non trovarle più. E a volte le sogno sotto casa, o che raggiungono incessantemente il mare.

A volte le immagino senza luci, le insegne spente e le vetrine oscure, meditabonde. Notte.

E giorno senza pause, senza posa. Per quel continuo, irrefrenabile acquisto necessario, per quel bisogno vitale di vendere, letale, allietare le vite, negarle. Fa male.

E a Natale tutti pigiati, paghi il doppio per le file doppie, compri per uno e lo paghi due, o anche tre che la festa non contempla risparmio. Semmai crogiolo di forme più o meno solide.

A volte credo non ne vogliamo uscire, non ne vogliamo sapere di ritrarre il nostro istinto mutante, marziale. E come soldatini di piombo fondiamo le vie, scaliamo vetrine, sminiamo scaffali e dissodiamo le insegne. Svuotiamo casse per riempirle di nuovo, esigiamo sconti per erigere doni.

Una è la più incolta, in perenne dissesto, con corsie centrali dall’incerta definizione, piccole porzioni di cielo e vecchi film abbandonati alle rincorse di guadagni, al mercato dei profitti e delle pene. Anche la musica si appanna di tristezza, e ai lati vige l’abusiva sistemazione dalle confuse traiettorie, un dedalo di ombre e di cuori. Il nome esprime tendenze lugubri, denigratorie, pacchiane. Un porto che non conduce al mare ma solo in un braccio di terra consumata, senza nessun allaccio. Questa è Portonaccio, Tiburtina, sfinita dai lavori a non finire e sovrastata da schizzi di contemporaneità.

Di più nobile ascendenza l’altra, con un obbiettivo alto, verso corone di castelli e residenze divine, fontane di vino e laghi di smalto. Una sola porzione traccia il suo intero volto, quasi a sfregio, come non potesse emergere dall’agglomerato, dall’intenso abitato. Tuscolo è lontana, così come il sogno delle lunghe pellicole animate e senza più trama. Questa, attraversata da macchine e negozi, è Tuscolana, non più giovane, tradita, grigia, segnata.

L’ultima, con i fasti delle storiche invenzioni, una striscia di verde nel mezzo e stoiche acque che scorrono avanti e di lato a confinarla, è Marconi. Più aperta al cielo, meno occlusiva, pur non teme le altre due nel suo prodigarsi e immolarsi all’oggetto. Avanza intrepida, fiera e imponente, come fosse un’autostrada, come potesse formare un confine o ridurre tutto a semplice cagnara.

A me sembrano simili nel loro incedere, vie stravolte, martoriate, dove luci e ombre si acquistano chiavi in mano, senza esitare, con dolo.

A me sembrano uguali nel loro avanzare con eserciti di negozi, botteghe e samurai ai loro lati, pronti a combattere all’ultimo acquisto.

A me sembrano non finire mai, come un lungo scontrino colmo di prezzi di vite scontate.

A me sembrano voltare lo sguardo verso il basso e temere il cielo, ormai ferme senza più nessun balzo, immobili nei loro ingaggi.

Acquistiamoci tutti, allora, senza timore. Non fermiamo l’ingranaggio, adagiamoci sopra.

LA ROTTA DEL TRENINO

 

Arranchi curioso tra antichi e abusivi sguardi, in un nugolo di borgate fiere dei loro occhi. La striscia gialla sembra donare stupore e continui mutamenti, tra luci, norme e arazzi. Rumori di ferraglia, stridii e fischi, quel suono che imbarazza, che non conosce razze ma solo trame, connessioni e intrecci di vite, lingue diverse ma profondamente umane.

L’odore stantio che alberga per giorni, la luce fioca, il freddo o il caldo, l’assenza di moderno e il fascino del passato. L’angusto scalino per salire e i finestrini di una volta, gli sguardi sommessi e i colori del mondo, le facce tornite, i suoni frastagliati con le forme. Distinte e distanti.

Paziente locomotore che attraversi l’esclusione e la connetti ad intermittenza, con coscienza, con virtù. Sei sempre in bilico, sull’orlo dell’abisso, talvolta furioso, dimesso, concesso come un atto dovuto, abbandonato nel fango.

Eppure, non fermi il tuo acciaio, la tua lenta corsa verso il nulla, deserto di fiori e ammassi di cuori.

Eppure, continui il tuo percorso innaturale, tra strettoie magiche e attraversamenti pedonali, sempre ultimo e sempre in piedi, a ritroso, lontano dall’attualità. Anche il tuo nome proviene da epoche lontane, un aldilà temporale sommerso dalle alte velocità, da suoni appena sussurrati e abilmente selezionati.

Ma a dispetto di ogni frammento, fiero del tuo essere piccolo treno, continui a viaggiare come avessi le ali, verso le oscure rotte laziali.

LUOGHI

 

Sono attratto da quei luoghi che esitano ad avere identità e conformazione. Dai tratti allo stesso tempo definiti e informi, quasi sbiaditi di fronte alle verità gridate.

È facile essere quartieri storici, aree complesse ma caratterizzate da conformazioni, presenze o dimore. Difficile è non caratterizzarsi ma esistere, comunque e dovunque. Eppure, questi spazi conformano e danno evidenza alla città e ai diversi agglomerati che la compongono.

Sono posti di confine, spesso, che accompagnano le visioni tra una presunta storicità e una fuggevole modernità, tra innesti gentrificati e placide distese gerontocratiche.

Quegli angoli nascosti, di lato a grandi e rumorose arterie, oppure dimenticati dalle rivoluzioni architettoniche, abbandonati dalla storia e dalla memoria.

Quelle vie strette e ripiegate su sé stesse, sormontate da tangenziali, ferrovie, autostrade e raccordi, con un loro tempo sottilmente più lento, compassato. Dove non c’è comunità perché non c’è luogo comune, dove i passaggi sono nascosti al presente e si commutano in apparizioni, in tentativi di luce.

Quelle zone alle quali non pensi, prive di attrito ed attrazioni, sorta di buchi spazio-temporali, dove è possibile ancora perdersi, e lasciarsi cullare.

Sono proprio questi non luoghi che sedimentano le idee di metropoli, che consentono l’espansione e la plurivisione di una città, di un’area costituita da innumerevole meta-aree, delineate e storicamente consolidate. Sono proprio questi non luoghi a resistere alla travolgente avanzata consumista, che tutto permea in un’infinita contemporaneità.

Questi non luoghi all’apparenza anonimi, spesso squallidi, oscuri o tortuosamente nascosti alla vista, dall’aspetto inabitato, come fossero invisibili e votati alla scomparsa, ma che mai si eclissano, fermi nel tempo, detengono intrinsecamente l’essenza profonda della città, ne sono pura espressione.

Nella loro immutabilità, nella loro marginalità, nel fungere da umili e dimessi raccordi, pur tuttavia a me sembrano essere la città vergine, incontaminata. La verità dei non luoghi.

 

LA ROMANITÀ

 

Non è rassegnazione. O forse non solo quella. Non è menefreghismo. O forse non solo quello. Non è ignavia. O forse non solo quella.

Quel lasciarsi scivolare sopra i fatti della vita, quel ridurre tutto e tutti ad una battuta, cinica o amara che sia. Quel sorvolare sulla superficie delle cose, quasi ad esorcizzare i millenni di vita. Quel sopportare tutto e tutti, tanto tutti e tutto passano. E lei rimane lì. Quasi immobile nel tempo, da impero a monastero, da provinciale a capitale. E noi ne portiamo, pesanti, meriti e colpe.

Le prese in giro e il sarcasmo che corrono ai tuoi fianchi, ne sei coinvolto e ne sei convinto. La volgarità assurta a idioma universale, ma anche l’empatia come forma sacrale.

Il caffè così beffardo, la partita e il derby dell’anno, quello del bambino ucciso e della goliardia purgatoria. È tutto lì, in bella mostra, con quell’assurda fierezza ma anche con quell’innata simpatia. Talvolta.

Non sfuggi a quell’approccio amaro e leggero, ilare e rassegnato, greve e fregnone, indolente, sospettoso, pronto al litigio figurato. E sei sommerso dal volume alto e sorpreso dal gesto gentile, intriso di rabbia e di bonarietà, di una sensibilità spesso adombra di mille speranze disattese e di mille azioni mai comprese. E continui, come hai sempre continuato, a ridere di tutti e tutte, e di te stesso.

TRAFFICI

 

A volte lo senti dalle scale, poroso e fetido, che avvolge le tue narici e le ingombra. E allora sai che lui è lì fuori ad aspettarti. Non hai bisogno di osservare il tuo solito angolo, l’atmosfera non coglie incertezze, il fluido narra ciò che tu sai già.

Quel lungo tappeto di oggetti semoventi, fermi a forme simili, avvolti da invisibili nuvole, con esseri inerti e inserti inermi. Quelle lunghe code, quei suoni sgraziati e quei volti vuoti, inespressivi, rassegnati da millenni.

Lui c’è sempre stato e sempre ci sarà. Non era così anche due, dieci, cento o mille anni fa?

È sorprendente ascoltare come, talvolta, si possa immaginare di recarsi in un posto pensando alla sua assenza. Ci vuole mezz’ora, senza traffico. Arrivo tra poco, se non c’è traffico. Ero quasi giunto, ma ho trovato traffico. Il raccordo era libero, ma poi sono apparse delle lunghe file; un traffico.

Lui è sempre lì, non ci abbandona, ci siede accanto e in un certo qual modo ci tranquillizza. Potreste pensare di vivere senza? E che Roma sarebbe la nostra senza quel continuo ammassarsi di anime di metallo, chi più fumose, infernali, chi più celestiali, silenziose, ibride di forme e di emissioni.

Non conviene detestare il traffico. Non starei bene. Mi sentirei solo, abbandonato da quella marea infestante che divora asfalti e persone.

PIOGGE

 

La vedi arrivare piano, a piccole dosi, come non volesse troppo disturbare. Ma in realtà disturba, eccome se disturba.

Quelle gocce che lentamente si tramutano in pioggia provocano un confuso e irruente movimento, come un formicaio impazzito.

Si moltiplicano improvvisamente le macchine, le moto, i motorini, gli autobus. Sembrano tutti voler uscire e contemporaneamente voler di corsa rientrare. È un fuggi fuggi generale che in poco tempo comporta la stasi assoluta, l’immobilismo, e infine la rassegnazione. E allora lei aumenta di intensità, quasi a voler dire, fermi, state fermi, ora ci sono io, abbiate pietà.

I fiumi attraversano l’asfalto, piccoli stagni e laghetti improvvisati iniziano a corteggiare la metropoli, a mutarla di volto. E lei ascolta a quel punto quasi rasserenata, imbelle, bagnata e fradicia di sudori e melme.

Potrebbe finire tutto qui se, talvolta, la reiterazione non soggiogasse l’intero quadro. A quel punto, si rimane in ascolto del silenzio, improvvisamente padrone della città. Troppe gocce e per troppe ore, troppi drammi per troppo candore. Nessuno più esce, nessuno osa muoversi tra i torrenti e l’umida realtà. Si sta in attesa che tutto, dopo giorni, finisca così com’era iniziato, lentamente.

Ma accade poche volte, la città è protetta da un suo particolare umore che devia le tempeste. Non può permettersi di ondeggiare tra i flutti in preda agli uragani, deve planare placida, sonnacchiosa. Accade poche volte. Ma sempre, la luce torna a risplendere su quei vecchi colli ormai appiattiti e di quelle gocce se ne perde il ricordo.

APPUNTAMENTI

 

Ci vediamo intorno alle 18. Si, più o meno verso quell’ora. Tanto tu sei già lì. Non mi aspettare, arrivo il prima possibile.

Ho finito, il tempo di vestirmi e ci sono. Tra una mezz’ora. Sto arrivando, 15 minuti. Ma non era alle 17? Comunque, non ce l ‘avrei fatta.

E non è possibile, ogni volta ce n’è una. Si, la metropolitana si è fermata. L’autobus oggi non vuole saperne di passare. Era pieno e ho dovuto aspettarne un altro.

Chi manca? Ah, sempre lui. Abita fuori. Ma lei non doveva essere qui già da un po’?

In 20 minuti sono da te. Se non c’è traffico.

Ero arrivato puntuale ma non c’era parcheggio. Vengo a piedi, faccio prima.

Oggi non è possibile, è tutto bloccato.

Ci vediamo a pranzo, tra l’una e le due. Intanto prendi il tavolo.

È tanto che aspetti?

Scusa il ritardo.

Ritardo, scusami.

CONSUETUDINI

 

Ci vai per consuetudine, per gioia o per disagio. Sociale e culturale. Pensi di risollevarti di fronte a quel piatto fumante, colorato. È lo stesso da molti anni, lo riconosci tra i suoi mille guai, le piccole deformi forme della cucina romana, sembra buona ma non lo è mai. Ti piacerebbe esclamare , ma non lo fai, non ne hai il coraggio, ti ripugna la reiterazione, la consuetudine, la familiarità.

Ma allo stesso tempo non puoi farne a meno, il tavolino apparecchiato, lo sguardo complice del proprietario, la serenità del sedere con crassa soddisfazione, in attesa di una gioia effimera, del pasto o della cena. È un rituale che è esente dalla qualità, dal sapore, dal gusto, concentrato sulla quantità, l’essenza del mangiar fuori. Stupefatti da tanta offerta, l’odore di degustanti cibarie ci rassicura, ci conforta nell’animo e ci porta via, tra distorti sapori.

A Roma ci si prostra di fronte ad un ristorante, si gareggia nell’elenco di fiducia, quello è buono mentre l’altro mi consuma. Ma alfine importante non è l’oggetto del contendere, basta l’azione del viso, gli occhi sul piatto, la bocca che mangia, l’esser servito e la mancia. Pizze, sushi, carbonare o code, la tipicità che falsifica le storie, la tradizione inventata tra mille ristori, generazioni di cuochi, tutti gestori.

Tuttavia, non mi crolla l’appetito, non contemplo sguardi freddi in calde case, continuo ad immaginare il parlare tra scodelle fumanti, la gioia del luogo segreto o del pasto discreto. Una pasta o una minestra, un secondo ed il contorno, non fa differenza. Sediamoci, pesante è la vita, pensare conviene.

AL BAR

 

Sguardi.

Bancone e tazzina.

Bustine. Zucchero, miele, dietetico, forse nulla.

Macinare il caffè.

Una volta la zuccheriera, il suo lungo cucchiaino.

Odori.

Folla, frasi ripetute.

Un bicchiere d’acqua? Ancora sguardi, occhiate, sorrisi.

Forse.

Farsa.

Troppo ristretto. Lungo? Macchiato. No, americano no.

Tutti in piedi. Stretti. Piove, fuori.

Con il bagno in fondo a destra, ci sono abituato. Sporco. Buio.

Ne ho bisogno, non credi? Del tuo insulto non so, magari domani lo accolgo.

Attento allo scalino, inciampi.

Tazzina essenziale, calda.

Miscela. Forte.

Ma è molto amaro, bruciato direi.

Insomma, domani ci vediamo o no? Sono stufo.

Un caffè, si. Al vetro.

Come una volta.

Troppa gente, calda.

Scusi un attimo, prendo la tazzina.

Giurerei che fossimo qui l’ultima volta che ci siamo visti. Mi ricordo il bancone lungo, largo, faticoso per servire.

Posso chiedere? Si, schiumato. E il cornetto. Semplice. Integrale con il miele.

La partita è alle 18. No, alle 20.55.

Lo vedi? Fai del tutto per non sentirmi, non invaghirti del tuo fascino, lasciati frugare.

Un cappuccino al latte di soia. Di riso. Senza lattosio.

Senza amare l’estetica, le sembianze illusorie che determinano un falso coinvolgimento, lo zucchero integrale e un vago sapore di fumo, più giù, sulle sponde di un lago di fiori, un caffè con l’emozione di quando eri bambino, quando a casa non volevi far colazione.

Per andare al bar.

Al bar.

Bar.

Bar.

Bar. Bar.

Bar. Bar. Bar.

Bar. Bar.

LA FIDUCIA

 

È mortale non averne uno, la cui fiducia sommuove i tuoi denari, pensando sempre di esserti tirato fuori dai guai.

Giri intorno a te stesso in attesa di un responso, di un flebile segnale di sorriso, di uno sguardo. Sai di essere nelle sue mani, nei suoi destini, destato da improbabili rumori o da improvvisi cedimenti, dentro e fuori.

Sei fortunato ad averlo, così macchiato di grasso, che scivola di sotto e di sopra, e ti parla in uno strano linguaggio. Che tu fai abilmente finta di capire. Calchi la tua greve calata, per farti riconoscere, per supplicare un trattamento di favore, mostrando la tua vicinanza e la discendenza da generazioni. Ma non credere che lui cada nel tranello, non cede la sua furbizia, la sua abilità nel raggirarti o nel consolarti con indubbio grigiore. Credi di meritarti la sua compassione ma non saprai mai il vero esito della diagnosi, dell’operazione.

È un dottore dei ferri, ma anche dell’anima, possiede armi che furoreggiano rumorose tra fumi, gas di scarico e motori. Ti è indispensabile, ti nutre e ti ragguaglia di sistemi, di accensioni, motorini d’avviamento, spie, fari e sensori.

Ma è anche un sodale, un confidente, un errante, un possidente, è uno che la sa lunga, uno onesto, un delinquente, un folle, un podista, uno pulito, due soci con figli, due compari con le mogli.

È la tua coscienza che ribolle, la tua decrescita infelice, i tuoi buoni propositi finiti in una latta di lubrificante, o in olio del motore. Ma l’importante è accendere, avviare, rombare, fumare, ingranare, scalare, sorpassare e infine parcheggiare. La tua anima metallica, il tuo nobile pensiero. Dagli scranni colmi di luci proclami la tua verità: voglio un meccanico di fiducia.

FONEMI

 

Un intercalare gravido di grasso, unto e bisunto, fulmineo, sonoro. Eppure, a me non gira, non salta dal corpo per emergere fuori.

Lo sento sempre più spesso, quasi a colmare la bocca, le frasi non dette, in sala d’aspetto. Interlocuzione dal timbro scivoloso, rozza e infantile, sembra incitarci, mandarci all’assalto, stupirci e darci coraggio.

Banale, breve ed artefatta, costeggia i nostri discorsi, persino i nostri pensieri. Ormai si erge a fonema nazionale, pur incarnando sonore tracce dialettali, voglia non c’è di emendare, correggere, variare.

E allora andiamo tutti verso quel paese, incoraggiamoci sostenendo idiozie, bugie e proverbi maledetti, giochi di mano e battute da romano. Tra perenni caldarroste e cartocci di fusaje non c’è rimasto nient’altro che questo. Daje!

PIAZZA VITTORIO

 

Un angolo di nord, una piazza di altre terre, di alte vette e venti freddi. Catapultata nella storia, seppur lontana dalla vista, piazzi il tuo spazio circondata da passeggiate porticate. archi protettivi di altre concezioni. Piove.

Proporzioni e distanze connotate da geometrie che non tengono, non sezionano, non mettono tracce né radici. Frutto di capitali tentazioni, sei ormai impregnata di malevoli odori, di mercati fuggiti via ma impressi nella memoria, d’incanto.

Le sabaude inferriate ti cingono il collo e cintano lo scrigno al tuo interno, verde moderno e magiche porte, escrescenze d’antichità e occhi d’Oriente, anziane panchine e donne velate, continui movimenti. Quei giardini potati all’inglese ti fanno ancor più strana, sguardo severo su indolenti fattezze, come una sorta di strappata coscienza illusoria. Fai del tutto per mostrarti altra, scaltra e distinta nonostante il tuo rumoroso e meticcio contorno. Sei, senza false modestie, inaspettatamente, una piazza del mondo.

PORTA TIBURTINA

 

Rannicchiata, incavata, quasi compressa dalle mura ai tuoi lati. In ombra e nei meandri oscuri del passato, soccombi alla Maggiore, soffri in silenzio e sospiri al fato. Il tuo è un fascino per pochi, contempli una piazzetta che scarseggia di moti, e osservi quel vecchio tratto di storia, ormai senza più gloria.

A dire il vero sei colma di orme e di grazie, e se alle tue spalle la povertà passeggia a fianco della velocità, ti apri un varco tra le instabili forme. Così piccola e silente hai di fronte a te un esile albero, solo e circolare, che ti osserva compiaciuto, in attesa di tempi migliori.

Sembri in effetti modellare un paesaggio di borgo semiabbandonato, con proporzioni piccine e aria di paese, lucida e dimessa. E anche se al tuo fianco si ergono nobili edifici, ville con lunghi saloni e maggiordomi, pur in tale contesto ispiri simpatia e profondi calori, come fossi un semplice ingresso di casa mia.

È da te che nasce quella grande arteria, e tuttavia non ne mostri la maternità, ti è come indifferente, quasi disturba la tua dolce modestia, la tua apertura secondaria. Dovremmo usare un vezzeggiativo per quel tuo candore di porta latina, di soglia tiburtina. Da maestosa porta a garbata porticina.

ALBERTO POPOLLA

VISIONI ATTRAVERSO ROMA

Poesia, ricordi e visioni poetiche durante i lockdown del 2020

parole chiave

Poesie
Roma
Piazza Vittorio
Blutopia
Quarantena
Trenino
Porta Tiburtina